Providermag: Ron English ‘The Man of Popaganda’

Providermag: Ron English ‘The Man of Popaganda’


E’ strano incontrare un’artista del suo calibro e trovare la disponibilità di un amico, generoso di parole e sempre intento a volerti far capire appieno il suo punto di vista. Ho avuto la fortuna di incotrare personalmente Ron English e di togliermi alcuni interrogativi approfondendo la conoscenza sul suo lavoro.
Un ringraziamento va alla Don Gallery di Milano.

Intervista di Provider
Traduzione di AnDrew

A che età hai realizzato che l’arte era la cosa più importante per te ?

Me ne sono reso conto che ero praticamente da bambino. Ero molto piccolo, disegnavo molto e facevo ritratti e dipinti dei miei amici. Questo fece subito si che avessi mille attenzioni su di me.

Che tipi di studi hai fatto ? Accademia d’arte o sei un autodidatta ?

Sono diplomato in arte e fotografia ma molto di ciò che so l’ho appreso anche seguendo pittori, scultori e artigiani per molti anni. Ho lavorato dentro molti studi affiancato da bravissimi artisti ed ho appreso molte tecniche, quindi posso affermare di essere sia un autodidatta che un diplomato, ho imparato molto sia dalla scuola che dalla vita di strada.

Come ti sei avvicinato alla street art ?

E’ iniziato tutto con la fotografia, la mia vera arte, il punto di partenza di molti dei miei lavori. Agli inizi degli studi di fotografia mi capitò di fotografare cose pazze o elementi che poi rielaboravo sotto forma d’arte. Così è stato per il billboard di Budweiser, il primo che realizzai, in cui misi me stesso.
Quando finii il lavoro mi resi conto della forza di quel cartellone che avevo creato, e così insieme ad un paio di amici creammo un piccolo “gruppo d’azione” e iniziammo a girare il texas componendo veri e propri pezzi d’arte rielaborando le campagna pubblicitarie delle multinazionali. Quello fu l’inizio.

Qual’è il lavoro di cui sei piu orgoglioso ?

Beh sai essere un’artista è un po’ come avere una rock band, produci un sacco di opere e quando ti metti seduto in studio prima di una esibizione non sai mai quale sarà il pezzo di cui andrai più fiero.
Per esempio all’ultima mostra a cui ho partecipato ho portato con me l’opera che raffigura la lingua dei Rolling Stones in cui una donna forma le labbra e un’altra donna la lingua, non sono mai stato convinto di quell’opera e non avevo neanche mai pensato di portarla in una mostra. Invece una volta esposta ha avuto un successo incredibile ed è diventata una delle opere di cui vado più fiero. In conclusione io non ho un’opera in particolare di cui sono più fiero, perché non puoi mai sapere cosa ti piacerà di piu domani.

Com’è nato il termine “Popaganda” ?

Beh il mio lavoro è basato sulla propaganda ma non è effettivamente propaganda perché non dice alla gente “come pensare” o “cosa pensare” ma semplicemente la invita a “pensare”.
Inizialmente ho usato questo termine per intitolare alcuni dei miei lavori poi in seguito quando abbiamo creato un trademark ed abbiamo cominciato a produre toys, libri, stampe etc. l’ho voluto usare come nome. Sarà per sempre il mio tesserino.

E c’è un collegamento tra il tuo Popaganda e il Propaganda di Obey ?

IO VENGO PRIMA DI OBEY.

A quale artista ti senti più vicino ?

Di quelli contemporanei?

In generale

Beh quasi tutti, in particolare Roy Lichtenstien, ma in assoluto più di tutti Andy Warhol. Lui era diverso, produceva dischi rock, magazines, articoli ed era moto più coinvolto di tutti gli altri artisti del tempo anche con le gallerie d’arte. E’ stato come un esempio per me, un perfetto prototipo di quello che doveva essere la mia vita, ho sempre desiderato fare dischi rock, ho sempre desiderato un enorme studio dove produrre musica e fare dei mega party e tutto questo mi lega in maniera particolare a Andy. Credo proprio che sia l’artista con la quale ho più affinità in assoluto.

Ti consideri un Pop-artist ?

Beh si credo di si, penso di essere un pop artist dal momento in cui prendo oggetti della popular culture e li re-invento a modo mio, a volte creo cose che fanno parte della vita di tutti i giorni e mi sento anche io stesso parte della pop-culture, quindi si penso di essere un artista pop.

ron english

Qual è il tuo artista preferito ora ?

Beh questa è una domanda molto difficile soprattutto in un momento in cui l’arte è molto più divulgabile anche grazie al web e gli artisti si sono moltiplicati a vista d’occhio. Non ho un vero e proprio artista preferito, cambia nel giro di mesi, settimane, giorni a volte, quindi non c’è n’è uno vero e proprio

Ora è più facile tenersi in contatto con altri artisti ?

Beh è interessante il modo in cui il mondo dell’arte si sia evoluto negli ultimi anni, con dei ritmi assurdi ed alla velocità della luce. Una volta, centinaia di anni fa, se nasceva un nuovo movimento lo si sapeva solo in pochi e ci voleva tempo prima che un nouvo tipo di arte si diffondesse. Oggi invece se un’artista di Hong Kong crea qualcosa, grazie al web ho la possibilità di vederla anche solo cinque minuti dopo e di creare volendo anche qualcosa di migliore. Non so quanto questo sia veramente un bene per l’arte ma sicuramente ha i suoi lati positivi.

Questo è il potere di internet del resto…

Fa si che l’arte non abbia più un fulcro, un centro. L’arte ora non è a Parigi, non è a New York, non è a Roma ma è in tutto il pianeta.

Le tue opere hanno parte della loro forza nella potenza del colore. Ho visto la tua re-interpretazione di Homer Simpson, è incredibile, da cosa nasce questo progetto ?

L’idea era di creare un opera gigante e il progetto nasce da un’idea di Jackson Pollock che anni fa mise uno specchio al di sotto dell’opera che stava andando a creare per vedere il suo volto all’opera. E’ come ciò che si vede anche nell’opera di Homer (vedi qui). Questo momento storico si aggiunge ad un altro accaduto anni dopo. Pollock fu intervistato da uno dei più grandi magazine d’arte d’America e la cosa che fece scalpore è che Jacskon si fece fotografare in jeans e camicetta, come James Dean, a differenza di tutti gli altri artisti che al tempo erano soliti farsi fotografare con vestiti cerimoniali all’italiana. Da quel momento lui diventò un vero e proprio “American Every-Man”. Ad oggi Homer Simpson è un vero e proprio American Every Man e allora mi sono chiesto: perché non dipingerlo? In più il giallo dei Simpson è un colore forte, molto di contrastato ed era perfetto per un opera del genere.

Ron, molti dei tuoi quadri sono contro le grandi mutinazionali ed i problemi che queste creano, allora perché hai deciso di collaborare con una grande azienda come la Absolut ?

Se critichi qualcosa non vuol dire per forza che le sei contro, se qualcuno parla a voce troppo alta al tavolo vicino al tuo e gli dici di abbassare il tono non gli stai dicendo di non parlare, capisci cosa ti dico? Non gli sei contro.
Secondo me Absolut sta facendo una cosa stupenda, non ti mette in faccia quel grosso cartello con una bottiglia e scritto “bevi!”, bensì ti regala un vero e proprio pezzo d’arte, lo regala a tutti noi, alla città. Tra l’altro pezzi di grandi artisti.
L’idea è quella di ricordare al pubblico che Absolut c’è, e non stanno vendendo il loro nome anche perché non c’è ne motivo, la gente ormai conosce Absolut e secondo me questo è il miglior modo ormai per fare pubblicità in questa società. Dando spazio ad artisti che altrimenti la gente non conoscerebbe, perfetto in un momento storico del genere in cui bisogna essere aggressivi, imporsi, e penso che l’idea di Absoult sia perfetta.