Providermag Interview: Parra

Providermag Interview: Parra

Il 27 Maggio scorso abbiamo avuto la grande opportunità di incontrare una delle figure di massimo livello nel panorama artistico contemporaneo, tra i nomi maggiormente apprezzati dalla nostra redazione. Sto parlando di Parra, artista olandese classe 1976, che con i suoi personaggi tondeggianti immersi in una limitata, ma coinvolgente e vibrante tavolozza di colori, ci regala da anni emozioni muovendosi, oltre che nel mondo dell’arte, anche in quello dello streetwear e della sneakers culture.
Un’artista a tutto tondo quindi, che è tornato in Italia a quattro anni di distanza dalla sua prima mostra nel 2009, sempre nella Galleria Patricia Armocida di Milano, che ci ha offerto la possibilità e lo spazio per quest’incontro nel quale Parra ci ha condotto tra le opere e i significati della sua mostra “Il Senso di Colpa” oltre che nel suo passato, da cui siamo partiti per conoscerlo meglio.

A quando risale la tua prima mostra?

Io iniziato la mia carriera essenzialmente come grafico. Nel 2005 ho ricevuto la prima richiesta di una mostra da una galleria a Londra, la Chemistry Gallery, e a quei tempi facevo essenzialmente flyers o cover per album musicali, insomma roba semplice. Forse nessuno sapeva cosa facessi veramente, ma a loro piaceva così tanto il mio lavoro che mi chiesero se avevo voglia di realizzare una mostra. Io risposi che non avevo assolutamente idea di cosa fosse, non avevo fatto nulla di simile prima. Mi dissero che bastava portare i miei flyers e gli altri miei lavori. Non avevo assolutamente idea di che prezzi dare ai miei lavori, così misi dei prezzi super economici e quando la gente me li chiedeva rispondeva:”ok, ne compro 4, 5…” tipo per 50 pounds.

Come è stato esporre in Italia per la prima volta?

Devo tornare indietro nel tempo. Il primo show con Patricia Almocida fu nel 2009 e fu molto bello. Vedendo i miei lavori mi mandò una mail per chiedermi se volessi esporre a Milano, ma io non risposi. Così lei prese un aereo e venne all’apertura di una mia mostra a Parigi per parlarmi di persona. Vedendo così tanta determinazione dissi subito okay. Lo show andò benissimo così ci siamo tenuti in contatto ed un anno fa circa mi disse di avere un nuovo spazio e che voleva organizzare una nuova mostra.

Quanto tempo impieghi solitamente pre preparare una mostra?

Per questa mostra mi sono preso circa 6 mesi di lavoro per mettere insieme tutti i lavori. Penso di averne realizzati un centinaio ma alla fine ne ho usati solo 20.

Cosa significa per te “Il senso di Colpa”?

Sono partito dalla parola “guilt”, che poi ho cambiato in italiano dato che suona meravigliosamente. La colpa è essenzialmente un sentimento, che uno può provare tutti i giorni. Ad esempio, se non lavori ti senti in colpa, se dimentico di dare da mangiare al cane, mi sento in colpa, se dimentico una cena con la mia ragazza, mi sento in colpa… E’ un qualcosa che noi proviamo tutti i giorni.

Quando hai pensato a questo titolo per la mostra?

Questo qui, The Guilt, Il Senso di Colpa, è il pezzo principale. Quando l’ho visto ho detto ok, è questo il titolo dell’opera principale perché rappresenta una specie di satira drammatica che mi piace molto e quindi ho iniziato a metterlo al centro dell’esibizione ed a prendere tutti disegni affini che rappresentassero lo stesso tema. Sentivo come se avessi qualcosa da nascondere, mi sentivo colpevole, e quindi ho capito che era questo il titolo perfetto per questa mostra.

Quand’è che sei passato dalle stampe serigrafie al lavoro su canvas?

Tutto cambiò a Los Angeles alla Heavyweight Gallery, dove per la prima volta esposi alcuni dipinti che avevo realizzato su canvas, era solo una prova. Era lo stesso anno in cui andai alla “Lazy Dog” gallery a Parigi, dove portai dei dipinti, ma non li vendetti, mentre le stampe andarono a ruba. C’è voluto tempo per cambiare, ma adesso non faccio più stampe.

Nei tuoi lavori ci sono spesso delle allusioni al sesso. Perché?

Si, c’è molto riferimento al sesso nei miei lavori ma perché io penso che il sesso sia una cosa divertente, ci può essere anche quella componente romantica, ma è comunque divertente, come una persona nuda. Per me conta più il divertimento che l’attrazione sessuale. Il corpo nudo mi piace molto da disegnare, se mettessi i vestiti sui miei personaggi sarebbe tutto diverso. I vestiti farebbero cambiare aspetto, mentre un corpo nudo è per sempre. Mi ispiro anche a del materiale pornografico dei primi anni 20, quando i corpi non erano proprio “secchi” come ora, certe altre volte invece parto da una figura che mi piace, e semplicemente la svesto.

I tuoi personaggi sono il tuo segno distintivo. Ti ricordi quando ne hai disegnato uno per la prima volta, e cosa hai provato? Ed oggi hanno ancora lo stesso significato per te?

Molto presto nel 2002, o forse anche 2001, stavo lavorando come calligrafo per dei flyers di un mio amico che faceva una serata di musica elettronica. Un giorno gli mostrai questo strano personaggio a forma di uccello che avevo disegnato e scoppiò a ridere. All’inizio mesi da parte l’idea ma dopo un’anno rivedendolo pensai che era veramente divertente e quindi cominciai a mettere il becco su ogni cosa. All’inizio era solo un gioco, ma ora rappresenta molto me stesso, il becco è come una maschera, riesce a rendere le persone umane molto più astratte. Se usassi facce umane i miei lavori sarebbero completamente diversi.

Nella tua palette colori c’è sempre e solo il blu il rosso e il nero. Come mai?

E’ particolarmente strano, perché la palette che io uso è molto piccola, a volte c’è dell’arancione come ho fatto a New York perché avevo bisogno di un colore extra, ma il mio più grande amore va per il blu, il rosso, il bianco, il nero ed a volte il rosa. E’ difficile spiegare il perché, è come se loro avessero scelto me, avrei potuto semplicemente iniziare ad usare il verde ed il giallo ad esempio ma non volevo, mi sembrava sbagliato. Quando guardavo altri dipinti pensavo: wow, è molto colorato, e delle volte sono geloso perché non riesco ad usare altri colori, non so perché non ho nessuna spiegazione logica per questo ma continuo comunque ad usare sempre i soliti due.

Nei tuoi lavori usi molto la calligrafia. Come sei arrivato a sviluppare il tuo proprio font, il tuo carattere?

Ho iniziato a fare i primi schizzi a mano molto presto, perché non ero molto bravo con il computer e volevo essere più libero. All’inizio usavo quasi tutti font che esistevano già, ma dopo cominciai a cambiarli ed a sviluppare il mio font. Era la mia calligrafia all’inizio il mio segno, ma poi arrivarono i personaggi, e fu come un matrimonio e restarono sempre insieme. Ora non c’è più neanche il testo, perché il testo spiega molto, e se metto una scritta non c’è più spazio per pensare. In questo momento non c’è più spazio per la calligrafia ma in futuro di sicuro troverò modo di riportarla avanti perché è molto divertente. Adesso preferisco che un dipinto abbia centinaia di significati. Tu ne dai uno ma io ne penso un’altro.

Tra la lista della tue collaborazioni c’è anche case studio ma anche Kid Robot, come ti sei sentito a rappresentare il tuo immaginario in 3D?

La prima volta che un mio lavoro venne trasposto in forma tridimensionale come una scultura fu alla Lazy Dog gallery a Parigi, 2007 mi pare. I ragazzi di Case Studio la realizzarono, fecero una versione tridimensionale di un disegno, ma per me era la prima volta non avevo idea di come fosse. Quando arrivarono con il lavoro finito restai impressionato e fu l’inizio di una lunga collaborazione. Sapevano come trasmettere le mie emozioni in 3D, cosa che io non posso fare da solo perché è veramente molto difficile, dovrei avere un cervello da matematico, ma sono più bravo nella due dimensioni, ma insieme riuscivamo a creare queste cose molto belle. Adesso pensare alle sculture tridimensionali è una delle mie cose preferite.

Riesci ancora a portare avanti Rockwell, anche se il tuo lavoro da artista è molto intenso?

Ora lavoro solo su due cose, la collezione di Rockwell e le esibizioni. Prima facevo molti lavori commerciali come illustrazioni per i clienti, ma ora ho smesso perché volevo tutto il tempo per Rockwell e per la mia arte. Può sembrare che così abbia più tempo, ma invece ne ho sempre meno. La collezione di Rockwell è una delle cose più divertenti che io possa fare. Con la mia linea posso esprimere tutto quello che voglio e si bilancia bene con il lavoro da artista perché infatti come un paio di questi dipinti finiranno su una t-shirt, forse.

Parte del tuo lavoro è stato fatto in collaborazione con PATTA, come è nato questo rapporto e pensi che loro siano stati importanti per la tua carriera?

Amsterdam è una città piccola. Conoscevo Gee che lavorava al Fat Beats, un negozio di musica abbastanza fico. Penso fosse nel 1998/2000 ed io stavo sempre lì intorno e stavo iniziando i miei lavori come grafico, essenzialmente con i flyers e li ho aiutati, così siamo diventati amici. Poi Fat Beats si fermò, ed iniziò Patta. Essendo amici mi chiesero di realizzare il logo. Il negozio aprì ed iniziò ad andare molto bene. Furono loro a introdussermi nel mondo delle sneakers. Poi realizzai la prima Air Max, quella arancione (Albert Heijn sample) che divenne marrone (Amsterdam), e fu un successo strepitoso perché la colorazione era folle.
Lavorare con loro mi ha aiutato molto, ci bilanciavamo a vicenda. Niente è cambiato tra di noi siamo sempre gli stessi amici e penso che a breve farò ancora qualcosa con loro, magari una capsule collection, credo sia arrivato il tempo di nuovo, magari un paio di magliette però penso niente sneakers, potrebbe essere troppo tutto insieme, ma forse, chi lo sa.. forse il prossimo anno!