Providermag: Ronnie Fieg Interview

Providermag: Ronnie Fieg Interview

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Circa un anno d’inseguimenti, di mail e di appuntamenti mancati, ma alla fine c’è l’ho fatta ad incontrare il Guru delle sneakers. Sto parlando di Ronnie Fieg, il designer newyorkese che dagli scaffali di David Z è passato a quelli dei suoi negozi (Kith), oggi vero punto di riferimento per la sneakers culture mondiale. Tra i più importanti influencer del settore, è stato in grado, con il suo lavoro e i suo accostamenti di colore, di riportare in auge un’azienda come Asics, che oggi vive una nuova vita grazie a lui. Divo del momento, ogni volta che appone il suo timbro su un prodotto, le parole sold out vengono subito dopo, con reseller americani impazziti che si gongolano mentre noi europei peniamo per avere una sua limited edition.
Scoprire come nascono le sue creazioni è stato un piacere, che condividiamo con voi.

Come sono strutturati i tuoi progetti per quanto riguarda le sneakers? Quanto tempo spendi ogni giorno su uno stesso progetto?

Di solito inizia tutto con un concept. Poi arriva il momento di stabilire il design, o la colorazione, dipende da quale sia la scarpa su cui io stia lavorando. Ma può richiedere molto tempo soprattutto se io non ho mai lavorato su quella silhouette prima, perché conoscere bene una silhouette è lo step fondamentale per capire come dei materiali differenti si possano combinare sulle diverse parti della scarpa. Poi arriva il “sample”, e vanno fatti i vari controlli, dopodiché possiamo procedere con l’ordinazione della scarpa e far partire tutto il marketing che ruota attorno, la release date e le spedizioni. Ogni progetto richiede tanto tempo. Dipende sempre e comunque dalla rilevanza e portata del progetto in se, ma comunque non posso misurarlo in ore e giorni, perchè c’è sempre un gran da fare ogni momento per molte persone.

Secondo Complex sei una delle voci più influenti nel mondo delle sneakers. Noi vorremmo chiederti cosa ne pensi del mercato delle sneakers al giorno d’oggi, e qual’è il tuo punto di vista sulla “Sneakers Culture” in generale?

Purtroppo il mercato delle sneakers oggi è diventato più o meno una pop culture, una cultura di massa, dove chiunque abbia i soldi può essere attratto e può entrare facilmente anche grazie ad Internet che ha reso tutto più accessibile. Io penso che la ricerca e la soddisfazione di riuscire a prendere qualche prodotto limitato o comunque molto interessante è decisamente cambiato con Internet. Ma comunque lo stesso Internet è riuscito a rendere accessibili i prodotti anche a coloro che prima non potevano in nessun modo procurarseli. Così, ad esempio, un ragazzo del Montana può restare in contatto con la cultura e con le release di città più importanti come New York e Los Angeles.

Qual’è stata la tua prima sneaker, o quella che ricordi sia la prima?

La prima sneaker che ricordo di aver posseduto è stata una AVIA Runner. Erano economiche, e mia madre non mi comprava mai ciò che io desideravo veramente. Nel frattempo i ragazzi per strada vestivano le nuove Nike e Reebok, mentre io ero lì con le mie AVIA. All’inizio le odiavo ma poi ho imparato a farmele piacere. Non ero molto fiero di loro mentre volevo anche io le mie Nike, ma crescendo invece ho cominciato ad apprezzare le AVIA.

Hai qualche storia da raccontarci sulle sneakers? Rivalità, notti passate a dormire fuori i negozi…

Quando ho iniziato a collezionare, ero in file per le prime Jam Master Jay Shell toes ed è ho conosciuto DJ Cassidy per la prima volta prima che diventasse famoso veramente. L’ho conosciuto durante il giorno, e la notte stessa sono andato a comprare la sua intera collezione. Spesi metà dei miei risparmi.

Perchè hai scelto ASICS per molte delle tue collaborazioni? Puoi parlarci della tua scelta, la Gel Lyte III.

Quando ero piccolo, nel 1991, volevo tremendamente un paio di Reebok Pump e sono andato a Long Island in un negozio chiamato “Tennis Junction”. Ho implorato mia madre per un paio di Pump, avevo solo nove anni e sono anche scoppiato a piangere. Lei mi disse che non potevo averle e mi ha lasciato fuori del negozio finché non smisi di piangere. Poi è uscita con una busta, ma invece delle Pump c’era un paio di Gel Lyte III. Lì per lì le ho odiate tremendamente, ma poi le ho indossate sempre di più finché non gli ho bucato le suole. Le amavo talmente tanto che ne volevo un altro paio, ma una volta che tornai lì un anno dopo ma lo store le aveva dimesse. Più avanti nel 2006 ho stretto una forte relazione con ASICS dopo aver aperto un account ed aver comprato per David Z. (store di New York), e loro mi videro come un giovane Sneakerhead. Mi hanno portato un catalogo degli archivi e mi hanno detto che potevo prendere qualsiasi scarpa e lavorarci sopra, così quando ho visto la Gel Lyte III, i mie occhi sono usciti fuori dalle orbite, ed ho capito subito quale fosse la scelta giusta.

Quale delle tue release pensi abbia avuto un maggiore impatto sulla Sneakers Culture?

Io non penso ci sia una scarpa in particolare, ma sento che ogni progetto che è stato rilasciato da quando ho aperto Kith, è stato un tassello verso il cambiamento perchè non ho mai alzato troppo il prezzo per aver messo il mio nome o quello del mio negozio come partner della collaborazione. Le persone hanno cominciato a pensare che io gli stavo dando più di quanto loro avessero realmente pagato.

Tu sei stato menzionato come un grande designer grazie ai tuoi colori e alla tua abilità di combinarli alla perfezione. Da dove pensi che sia nata questa abilità?

Da mia madre. Lei aveva un vero senso della moda e dello stile, e quando ero piccolo ovviamente ridevo guardando alcune delle cose che indossava, ma crescendo ho imparato ad apprezzare ed ho capito come l’abbigliamento possa essere un’ ottimo modo di esprimere la propria personalità. Lei mi ha insegnato a pensare fuori dagli schemi, ad usare il lato creativo del mio cervello.

Congratulazioni anche per le tue foto semplici ma efficaci, sono sempre riconoscibili dal momento che hai uno stile particolare che è diventato la chiave del tuo lavoro nel corso degli anni. Sei sempre tu a scattare le foto o c’è qualcuno che ti aiuta in questo?

La gente non saprà mai quanto io sia appassionato di fotografia perchè loro guardano sempre al prodotto in se, ed i clienti in genere non sono interessati ai miei hobby, quindi questa non è una cosa che si dovrebbe sapere sul mio conto. I penso che la fotografia ed il mio stile possano riflettere il mio gusto e la mia visione di come io vorrei fossero indossati o visti i miei prodotti. Sto lavorando costantemente per trovare persone di cui sento di potermi fidare al fine trasmettere la visione che io ho di come i miei prodotti vadano mostrati.

Tu hai fatto le migliori collaborazioni con alcuni dei migliori brand sulla scena streetwear. Quale sarà il tuo prossimo step?

Onestamente non lo so. Il business ha preso una strada propria e vedere il successo di ogni mio prodotto mi ha fatto scoprire potenzialità che io stesso non pensavo di avere. Quindi saranno i miei stessi fans a stabilire dove io andrò a finire.

Come riesci a conciliare il lavoro di designer con quello di imprenditore negli store Kith?

E’ sempre stato difficile gestire il mio tempo con entrambi. Il negozio in se è l’ancora di Ronnie Fieg e Kith, i miei sforzi sono nel costruire un grande team, cosicché io possa dedicarmi sullo sviluppo del brand.

Cosa ti a spinto a provare ad aprire uno Sneaker Store?

Il fatto che non c’era nulla simile a Kith sul mercato.

Quanto sei malato di sneakers? Quanti pezzi hai nella tua collezione?

Io preferirei non considerarmi come malato solamente di sneakers. Io colleziono ogni tipo di scarpe. Direi di avere circa 2500 paia nella mia collezione.

Come Italiano vorrei chiederti quando anche noi potremmo avere qualche pezzo delle tue collaborazioni con ASICS?

Molto presto…

Puoi spiegarci cosa significa la Sneakers Culture per voi Americani?

Le sneakers sono diventate l’elemento per riflettere esclusività e lusso. Una sneaker è come un Rolex, ma più accessibile. E’ l’arte dei giovani. Ed è la gioia per i trentenni nostalgici.