Signs Inside In: Scott Pommier Interview

Signs Inside In: Scott Pommier Interview

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e idee Scott c’è l’ha avute fin dal primo momento chiare. Non è come i fotografi incontrati fin ora, dove il loro approccio alla fotografia era avvenuto un pò per caso, o per fortuna.
Qui a determinare la differenza c’è una cultura, quella per la vita on the road, dove concetti di libertà, a volte ripetitivi, vengono affrontati con eleganza e singolarità.
Questa domenica Signs Inside In incontra Scott Pommier, l’ artista canadese, fotografo professionista di Vancouver.
Ha cominciato a scattare foto quando era piccolo con la reflex di sua madre, questo ci racconta tra le righe di qualcuno che sa ciò che vuole, e che ha visto la fotografia sempre come un piano A, e non come via di fuga.
Simpatico e ironico ci regala un’ intervista, breve ma intensa, dove si interroga se esista ancora il sogno americano e confessando la sua totale ossessione per quel piccolo giocattolo che si ritrova tra le mani, e che lo accompagna ormai da anni in ogni sua avventura.

‘If you’re a skateboarder, it really shapes you: I just can’t imagine my life without all the experiences that went along with starting to skateboard. It’s like to imagine what your life would have been like, if you lived in the 19th century.’
Scott Pommier

English interview at Page Two

[twocol_one] Hai mai pensato che un giorno avresti fatto della tua arte una professione?

S.P: Fantasticavo già all’ età di 12 anni sulla possibilità di diventare un fotografo.
Mi ricordo che leggevo valanghe di giornali che parlavano di skateborading. Studiavo le foto nei minimi particolari e immaginavo su quale sarebbe stato un modo per riprodurre le foto in maniera diversa. Guardavo nel video e fermavo l’immagine quando pensavo fosse perfetta con una buona inquadratura, ma ora che questo è possibile non ho nessun interesse nello scattare una foto sotto questa modalità, mi affascina provare da zero e immortalare l’ immagine in un momento specifico.

C’é una figura in particolare che più delle altre ha influenzato il tuo percorso, o semplicemente ha creduto nelle tue potenzialità affiancandoti in ogni tuo genere di scelta?

S.P: Sicuramente mio fratello maggiore Andrew, rappresenta per me un punto di riferimento estremamente importante. E’ difficile riuscire ad immaginare i miei attuali interessi, senza un minimo del suo esempio.
Mi ha indirizzato su tutto, dallo skateboarding, all’arte, la musica e giornali.

Il tuo primo faccia a faccia con la macchinetta fotografica quando è avvenuto? Ti ricordi il tuo primo scatto?

S.P: I miei primi scatti sono stati fatti con la macchina fotografica di mia madre. Ho scattato una foto a mio fratello e i suoi amici mentre facevano skateborading. Volevo ricreare le foto che vedevo sui giornali. Era impossibile con i mezzi che usavo. Non avevo una lente ampia abbastanza e non avevo lo stroboscopio per fissare l’azione. Queste limitazioni erano per me frustranti, così ho imparato che quello che dovevo scattare è ciò che vedevo, e lentamente mettendo insieme i pezzi. Ho appreso velocemente perchè la mia era un’ ossessione.

Il tuo primo contatto con lo skate, e poi con quello delle moto a quando risalgono? Cosa ti lega a questo mondo?

S.P: Ho iniziato a fare skate a nove anni e lo faccio ancora oggi, lo adoro. Continuo ad aggiornarmi sull’evouzione dello skateboarding, dal momento che ci sono persone che oggi fanno cose che avrei giurato fossero impossibili da realizzarsi, e tutto ciò è incredibile.
Le moto sono venute dopo. Ho acquistato una moto nel 2003. Avevo visitato Vancouver, dove avevo tanti amici che iniziarono a comperare moto. Quindi, se così potrei dire, ‘il seme l’ho piantato in quel momento’.
Poco dopo mi arrestarono per avere scattato mentre facevano skatebording in un cortile di una scuola a Los Angeles. La reazione è stata più che esagerata. Hanno sequestrato la mia automobile, e la mia macchina fotografica per un mese, quindi, devo dire che era il momento perfetto per farsi una moto.
Ma non potevo lavorare e fu così che poco dopo sono andato in campeggio con alcuni amici e ho acquistato una macchina fotografica. E sì, é stato in quel momento che ho iniziato a fotografare moto con un approccio minimalista, che non fa altro che mostrare veramente il mio approccio con la fotografia al giorno d’ oggi. Quindi il mio arresto ha scatenato una reazione a catena che ha avuto un effetto profondo sui miei lavori e sulla mia carriera.

Se un giorno ti dovessi svegliare e realizzare che in realtà la tua vita non è questa. Secondo te, se non avessi preso quelle determinate scelte professionali, oggi chi saresti?

S.P: Sinceramente non ho nessun idea. La fotografia è stato il mio piano A, unito alla voglia di diventare un skateboarder professionista. Non ho un piano C, devo fare in modo che questo funzioni.

Solo con la tua moto o il tuo skate. Per Scott, cosa rappresenta la solitudine e quella famosa libertà che si prova in questa filosofia di vita on the road?

S.P: Libertà è una parola abusata quando si parla di moto. Credo che potresti incartarti, se pensi che guidare una moto è un vero status. E’ personale. Non credo che si possa essere più liberi solo perchè guidi una moto, puoi essere libero e vivere in un camper oppure in un condominio. La libertà è vivere la vita che vuoi vivere e per fare questo devi essere onesto. Io amo scappare da tutto e guidare nei bellissimi posti da solo o con alcuni amici. E’ una sensazione fantastica, ma io tento di evitare quella parola perchè da la sensazione di auto compiacimento.
Penso di non essere abbastanza sicuro del significato, l’america è un posto stupendo è il più bel paese che io abbia mai visto, incredibilmente vasto e vario. Molti hanno chiamato le mie immagini “americana” e mi sta bene questo, anche se sono canadese e effettivamente mi distingue in qualche modo.
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Nei tuoi lavori trovo una tendenza, quella di rielaborare il passato. A quali anni sei più legato?

S.P: Amo lasciare delle traccie di quando è stata scattata la foto, principalmente è una questione di avere una cornice più chiara senza pubblicità o modelli di macchine d’epoca. Non sono legato a nessuna epoca specifica ma mi piacciono le foto nelle vecchie riviste di LIFE, in cerca di vecchie (kodachrome) e la semplicità delle immagini. Credo che gli anni 50 e 60 siano stati delle epoche d’oro nella fotografia e nel design.
Viaggio più degli altri ma non quanto vorrei. Nessuno ama più prendere voli ma mi piace andare in nuovi posti e guidare a lungo, vedere nuove cose mi incita nello scattare foto e prendere una pausa da ciò che è famigliare mi aiuta ad apprezzarlo.

Dalle informazioni che ho raccolto su di te per preparami a quest’intervista ho visto che sei nato in Canada. Cosa ne pensi del tuo luogo di origine?

S.P: Si, io amo il Canada, mi sento estremamente fortunato ad essere nato lì. Ho appena passato l’estate a Vancouver ed è stato fantastico, ma per adesso dal punto di vista professionale è un pochino limitato. Ora sono a Los Angeles quindi penso sia il sogno americano, giusto? Questo è un posto giusto dove vieni a creare il tuo marchio.

Di cosa parla l’ultimo progetto a cui stai lavorando? Hai già qualche anticipazione per il fututro?

S.P: Ho appena finito un collezione di immagini di un gruppo di ragazzi che guidano vecchie moto a Vancouver. Sono felice di come sono venute le foto, hanno una grande luminosità, sono forti e incantevoli.
Per quanto riguarda il futuro ho alcune cose in mente ma in generale, sto pianificando di scattare più moda ma sto anche cercando un progetto personale da ‘azzannare’, sto aspettando che la prossima idea faccia click.

I tuoi scatti sono molto vicini e non si allontanano poi così tanto dalla ‘moda’. Non ti annoia nemmeno un pò?

S.P: Per il momento mi diverto, mi piace. Mi piace rimbalzare avanti e indietro tra catturare cose interessanti che accandono da sole, e orchestrare situazioni; alcune persone si focalizzanoo solo su una o l’altra, io sento invece che ho bisogno di entrambe. Quindi la ritrattistica e la moda sono le due aree dove esercito più controllo, anche se quando organizzo le cose, lascio spazio all’imprevisto.

Hai qualche nome di giovane fotografo da consigliarci?

S.P: Sono più per i vecchi talenti.

Come te ne accorgi che davanti a te hai un talento?

S.P: Non lo so , è solo una sensazione un onda di emozioni che mi fa quasi piangere e sono soprafatto quando vedo qualcuno con un vero talento fare ciò per cui è nato. Mi piace.

Come è il tuo rapporto con i social network? Pensi che abbiano migliorato, o al contrario, la comunicazione?

S.P:E’ facile spendere più tempo e promuovere ciò che fai piuttosto che farlo, e tutto questo può essere una trappola. Niente altro da aggiungere.

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