Providermag meets: Esperanza

Providermag meets: Esperanza

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erché un viaggio possa essere definito tale servono ricordi ed incontri. Non basta il movimento del corpo, anzi diventa un suppellettile a quello mentale, in cui immagini e parole vengono elaborate in ricordi che riempiono il bagaglio culturale e di vita di una persona.
Un primo semestre dell”anno se né andato e di viaggi, ricordi ed incontri ne ho accumulati parecchi, quasi in eccesso. Tra i nomi con i quali ho avuto modo di parlare e dialogare, nel loro caso poi di passare addirittura una serata intera tra birra e musica, ci sono stati gli Esperanza il fresco trio nato dall”unione di Cécile, Matteo Lavagna (ex Disco Drive) e Sergio Maggioni (dagli Hot Gossip) sulla nave guidata da Munk bandiera Gomma Records
Mentre ne scrivo suona in sottofondo Fiore, dal loro primo album omonimo, e risale la tre giorni del Sonar, ormai un mese fa, dove ho avuto il piacere di conoscerli prima sul palco di Red Bull Music Accademy e poi all”ultimo piano dell”hotel Raval. Solitamente quando ti organizzano un”intervista con un dj o una band hai a disposizione un 15 o 20 minuti…con loro ci siamo seduti e alla fine è passata un”ora. Sarà perché giocavamo in casa. Curiosità, polemiche, e battute oltre ad un segreto su Cécile che non posso confessare.
Visto che l”estate incalza e di parole da leggere c”è ne sono tante potete assaggiare gli Esperanza pezzo per pezzo, e portare la loro musica e la nostra intervista anche sotto l”ombrellone.

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Come vi siete conosciuti? Chi ha approcciato chi e come è nato il tutto?

M: Bhè, è stata una casualità. Io e Cécile ci siamo conosciuti un giorno in cui dovevo essere retribuito per un lavoro sui dei suoni che stavo facendo in cui mi occupavo della direzione artistica e lui aveva dato dei dei pezzi per una compilation che doveva fotografare la scena elettronica italiana. Niente, dopodiché parlando abbiamo scoperto come prima cosa che abitavamo uno dietro l’altro, dopodiché ci siamo messi a raccontare e ascoltare un po’ di musica ed è nato tutto in un pomeriggio.

C: Dopo aver risolto le questioni monetarie, ci siamo messi a suonare quello stesso pomeriggio e possiamo dire che abbiamo messo giù la prima pietra di Esperanza, sia come mood che è rimasto abbastanza quello sia come stile.

M: La cosa importante avvenne dopo, quando dopo un paio di pezzi che avevamo fatto, la prima cosa che mi venne in mente fu di coinvolgere Sergio, che funge proprio come un trade union tra noi due.

C: Ci siamo trovati per varie condizioni tutti assieme, e ci siamo ritrovati a suonare praticamente quasi tutti i giorni.

Da cosa parte Esperanza? Da quale bisogno anche a livello sonoro vi siete spinti verso la realizzazione di questo progetto?

M: Io arrivavo dall’esperienza Disco Drive dopo aver lavorato in trecento concerti in giro, da una parte ero saturo, dall’altra bisognoso di qualcosa che mi rappresentasse. Carlo con il progetto Cecile stava ancora andando forte ed idem Sergio con gli Hot Gossip. Secondo me però tutti e tre avevamo un desiderio comune, quello di non fossilizzarci troppo, né su una cosa suonata, né su una cosa al computer o da producer elettronico.

S: Suonavamo strumenti diversi, ma avendo comunque un occhio e un interesse verso la produzione, abbiamo cercato di integrare le cose.

M: Tutte le cose che ci piacevano le mettevamo insieme e vedevamo cosa usciva fuori. Come quando fai le prime prove assieme. Mettendoci semplicemente in una stanza invece che in una sala prove. Oltretutto i primi suoni che abbiamo fatto singolarmente erano abbastanza differenti come suono l’uno dall’altro, si sentiva una vena comune su cui poi abbiamo puntato i nostri fari. Era un bisogno di sperimentare in comune che si è manifestato quando ci siamo incontrati e ha prodotto una manciata di pezzi che nascono fondamentalmente all”inzio solo ed esclusivamente una cosa per noi.

S: Anche perché inizialmente si pensava di fare questo lungometraggio sonorizzato. Siamo partiti alla grande insomma, pensando già quasi ad un film.

Cosa siete riusciti a formattare il suono in tutto uno che è poi diventato il vostro album?

C: Lì è stata importante l’etichetta che ha posto un limite. Tutto è nato naturalmente, è nata prima la musica che i concetti. Primo è nato il materiale, poi abbiamo visto che Mattias di Gomma era interessato ai pezzi e lui ha formattato e generato un po’ il tutto.

M: Sai il giudizio di uno da fuori è differente, soprattutto se è uno che fa uscire degli album.
Un musicista non può essere mai completamente giudice di sé stesso perché sarebbe come giudicare i propri figli. Invece lui ha guardato questa cosa da fuori, ci ha fatto capire quanto ci credeva. Anche perché fare un album non è uno scherzo: il dialogo forzato che tu devi avere con questa etichetta, bisogna rispettare delle regole e venirsi incontro, e non è facile quando tu ci metti, tra la tua “arte”. Però lui effettivamente ha visto in questa cosa degli elementi che ci sono. Forse perché noi l’abbiamo visto così completo.

S: A parer mio l’ho visto quando le tracce erano tutte e dieci una di filo all’altra, l’abbiamo mixate in studio e ascoltato li abbiamo capito che funzionava.

C: Ma comunque già molto prima che le cose per l’album fossero decise, quando avevamo già non so quante erano, 12 o 13 pezzi demo avevamo una valanga di roba fatta anche una di seguito all’altra molto dance, ma tutte in un anno e mezzo circa, quello comunque avevano già una loro unità.

Il gruppo in che anno si è formato?

M: nel 2010

S: Lp uscito nel Luglio 2011, e l’ album nel dicembre sempre 2011.

Per descrivere il vostro suono a qualcuno che non vi conosce? A livello di paragone c’è qualche artista a cui vorreste essere paragonati? A livello di suono intendo eh..Se ci sono certo…

M: Si ci sono, non tanto però delle cose a cui vorremmo essere paragonati, ma semplicemnte qualcuno che potrebbe avrebbe detto una cosa a livello di concetto molto vicino alla nostra: live Caribou perché effettivamente sono canzoni Pop però suonate da una band con marchingegni elettronici. Ecco secondo me è l’ esempio più equilibrato, quello che ha fatto e quello cha hanno iniziato a fare i Radiohead. Non lasciare che il computer domini le cose, insomma mettici un po’ di gente sul palco, il computer va bene, ma l’approccio umano è importante.

C: Trall’altro è una delle cose che mi sono saltate in mente vedendo questo Sonar e prevalentemente di giorno. Ci sono tanti dj che più o meno si muovevano sullo stesso territorio di dance music, che hanno varie sfumature mezze inglesi, a metà tempo, poi veloci, un po’ rave e pesanti, però fatte anche da ragazzine magari. C’era talmente tanta roba così quest’ anno, che certi dei complimenti e dell’essorvazioni che ci hanno fatto sono state del fatto che la nostra musica era un po’ una ventata di freschezza

M: La sfida nostra era riuscire a far ballare la gente, nonostante che tutto sia pensato con gli strumenti e non con cd e vinili mantenendo sempre un aspetto sonoro che richiamasse il disco che sono magari pezzi più decisi rispetto ad altra parte del materiale un pò più eterea. E abbiamo inserito comunque del materiale che cerca di far ballare la gente.

C: Infatti si vede anche nella lin-up sul palco in cui c’è anche un batterista che è li apposta per dare la giusta pacca, per dare quel dinamismo giusto dove il computer non riesce ad arrivare.

Avete già avuto un riscontro geografico sul vostro suono? Ci sono luoghi in cui il cd ha avuto un paricolare successo di vendita o feedback?

C: Bhè principalmente l’Italia.

M: Se penso a questo album secondo me non so perché è un album che potrebbe piacere ai Francesi ma che i Francesi non ti diranno mai che gli piace, perché non è francese. Però ci ho pensato spesso dopo aver visto Sebastian Telllier, non è perché mi voglio paragonare a una cantautore, però effettivamente ti rendi conto che c’è quella scena li che fino a qualche anno fa era credibile perché era una novità, ora si sta arrotolando su sé stessa su un pavimento bello sporco..insomma basta anche no!
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Secondo me quell’album lì nella nostra musica c’è qualcosa di molto intimo e suadente che ricorda il lato francese ma allo stesso tempo un lato glaciale che potrebbe essere dei Fever Ray, della Scandinavia.
Alla noi tre per quanto ci siamo incontrati e ascoltavamo suoni completamente differenti , alla fine uno influenza l’ altro. Quando io magari ascolto un suo pezzo di Cecile gli dico: ‘’ Hai mai sentito un pezzo di Arthur Russell” e lui mi risponde di no “Ecco sentilo” gli dico.
Diciamo che questa grande varietà che c’è nel disco è frutto della primissima cosa che ha generato Esperanza, una passione viscerale per la musica degli altri, che fondamentalmente se fai musica è perché hai amato e continuerai ad amare nella vita quello che hanno fatto gli altri, quindi tu senti il bisogno di esprimerti, non ti dico come spirito di imitazione, ma prorpio perché senti che sta succedendo qualcosa e tu fai parte di questo qualcosa e no ha senso star zitti. E quindi esimersi da un paragone è impossibile. Si è influenzati sempre. Io prima di essere musicista sono uno che si sveglia e sente un disco e si addormenta e sente un disco.

A un anno dall’uscita dell”album vi aspettavate di suonare al Sonar?

C: No, io sinceramente no..

M: Io c’ho lavorato da subito, perché l’idea era affascinante ed era una sfida. E soprattutto Esperanza era quel progetto che sentivo mio al 33% con altre persone . Mentre prima con i Disco Drive ero entrato in corsa per quanto fossi integrato perfettamente, ero quasi dovevo comunque adattarmi. Questa cosa qui invece essendo una cosa che ho sentito molto a livello personale, è proprio una stretta corrispondenza, è nato un figlio. Un legame totale.
Io che magari pecco anche un po’ di entusiasmo, forse ora che siamo venuti qua e le cose sono andata esattamente come io pensavo, no perché ho pianificato ma perché avevo questo sentore, perchè ho visto tante band, fatti tanti tour, microgaming online casinos e sono ormai 10 anni che ci sto dentro a questa scesa qua, e vedi che questa cosa ha raggiunto dei connotati che non aveva prima. Questo non vuol dire che sia meglio o peggio rispetto ad altre cose ma semplicemente che affronti il tutto in maniera differente, più seria per portare la cosa ad un livello superiore rispetto a quello che hai fatto.

S: La cosa che ci ha concesso anche a venire qua è stato il live, che abbiamo comunque costruito pensando anche all’approccio nel festival e con il pubblico, per far ballare la gente.

C: Un ‘altra cosa importante che volevo dire, è che ho notato durante i concerti che avvenivano di pomeriggio è che c’è un’ attenzione a ridurre sempre di più ai minimi termini e sfoltire non a livello di suono ma di persone, tutta la macchina che si muove e quindi è un gioco che dopo un po’ va ad influire su tutta la qualità dello show.

Una domanda a bruciapelo voi che avete visto tutti i Sonar. Qualӏ la differenza rispetto ai passati?

M: Io noto un calo, anzi non un calo è semplicemente che stanno prendendo piede cose che a me non piacciono, tipo questo suono ( tumbatumbatumba) molto Urban Uk, ci sono degli esempi: Rusty che ha vent’ anni e firma per per Warp è un esempio di come puoi essere anche il più bravo produttore della tua generazione , ma Warp un tempo queste cose non l’avrebbe mai fatte, quindi vuol dire che si sta creando un mercato su quella roba li che ne più ne meno è quello per Major rimpicciolito con le stesse dinamiche: Il ragazzino la ragazzina, li fai diventare fin da subito delle macchine. Per dire Nightwave che non mette roba che ci piace, è molto fredda ma tecnicamente ha vent’ anni ma è brava, vuol dire che ci si è messa li con la consapevolezza che avrebbe fatto questi festival .

Oggi come oggi con questi computer e altro è cambiato tutto l’approccio sul palco. Non c’è quella presenza scenica che magari trovi quando suona una bando e dall’esterno è palpabile.

S: A me è piaciuto Eltron John

C: ELTON JOHN

M: Ahha Eltron John, perché secondo me spacca dal momento che ha una forte presenza scenica.

Visto che il suono è diventato sempre quello, ben o male, la presenza scenica è diventata fondamentale

M: Si anche ieri anche i GNZUGNZU che mettono della musica della giungla cazzo rimangono fermi! Ma se non avevate voglia statevene a casa..Perché si vedeva proprio che soffrivano. Cazzo devi saltare su questo palco, ma non ti rendi conto che non sei alla fiera sotto casa tua..Questa non è una polemica ma è un valutazione.
Sai forse dov’è il problema è che io mi chiedo ma io mi esalterei tanto se facessi solo quello? Se tutto quello che faccio è METTERE DUE DISChI?! E questo è sempre tutte le volte che suono?!
Se non fai qualcosa che ti da soddisfazione alla lunga è difficile esaltarsi, non è mica semplice. Io capisco fare djset da quattro cinque ore con un percorso di un certo tipo, che tra parentesi sono robe che fanno in pochi perché ci sanno fare; però in un djset da un ora, ne fai ne fai ne fai e alla fine secondo me ne perdi anche d’ interesse nella cosa, perché non c’è action.

Ne parlavamo ieri sera a cena, non hai quelle vibrazioni che invece hai quando guardi un”artista con un strumento in mano, o che allo stesso tempo ha un”artista nel suonarlo.

M: C’è una cosa fondamentale tra un live e a quello che dicevo prima su Caribou

C: Quante cose possono andare male con un computer e con una band?

M: Si certo quante cose possono andare male. Nel senso la sfida è far ballare facendo ascoltare. Caribou invece è quello, in una forma cristallizzata e perfetta, e lì ho visto proprio la luce, nel senso è quella la strada, però effettivamente i dj hanno davanti a sé un pubblico che spenge l’ orecchie..spenge l ascolto su certe frequenze e sente solo (sbumsbumsbum), nel momento che tu fai il dj, per altro un mestiere super difficile , ci sono situazioni in cui hai il jolly da sparare fuori, mi serve il coro faccio sta roba..dal vivo non puoi far così..Perchè è il tuo umore , il mondo in cui suoni, tutto..E forse perché è roba tua..è più rischioso ma forse allo stesso tempo ti esalta di più..Più rischi e più ci guadagni dopo alla fine..A me piace tanto fare il dj..

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