Signs Special: Karl Hab

Signs Special: Karl Hab

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igns punta verso nord, Francia, la città di Parigi per la precisione. L’obiettivo incontrare il fotografo Karl Hab, un volto sconosciuto, la cui firma però ricorre nel mondo della street culture. Documentarista, se così si può definire la sua fotografia, di moda in particolare, le sue immagini sono più un racconto della sua quotidianità, tra viaggi, party e mostre.
Siamo entrati in contatto con lui per l’edizione di marzo di Signs Special, volendo scoprire quale fosse il suo punto di vista sulla fotografia e come si fosse avvicinato a questa forma d’arte.
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English Interview on Page Two


[twocol_one]Iniziamo con una classica domanda. Da dove arrivi e com’è iniziata la tua passione per la fotografia? C’è stato un fattore scatenante, o qualcosa di particolare che ricordi come un sorriso che ti ha spinto ad intraprendere questa strada?

K.H: Ho iniziato nel 2003 attraverso alcune riprese fatte con una videocamera Sony, non era facile farci dei video, ma comunque ero in grado di scattarci delle foto, certamente orribili all’inizio, ma comunque bello per essere l’inizio.
Poi nel 2004 ho iniziato ad usare la Sony Cyber shot T1, ed è stato li che ho iniziato a fare molte foto. E’ stato entusiasmante vedere come alla sola età di 14 anni anni spinto dall’amore per l’immagine e la fotografia mi concentravo molto sulle riprese attraverso Adobe Premiere Pro, iniziando poi ad utilizzare 3dsmax, che era allo stesso modo bello.
Successivamente mi sono ributtato sulla Sony DSLR che in realtà è stato il mio vero successo, la passione provata per la fotografia era semplicemente autentica.
Per tutti coloro che si vogliono cimentare nella fotografia è necessario che adottino un comportamento da autodidatti, ed inizino a scattare più foto possibili, per prendere confidenza con la propria macchina.
Cerco di immortalare quello che i miei occhi vedono, aumentandone la bellezza. A volta è un’impressa quasi impossibile, e a volte è proprio una foto a fare la mia giornata.

Il tema del viaggio è una ricorrente nelle tue foto. Tokyo, Hong Kong, New York, San Francisco, Los Angeles. Ti trovi in questi luoghi perché la fotografia è il tuo primo lavoro o un hobby che si lega ad un’altra attività?

K.H: Cerco di ritrarre attraverso la fotografia diversi aspetti della vita. Mi diverto molte volte a ritrarre la stessa scena in luoghi e contesti diversi, come una situazione particolare all’interno di un taxi in un preciso paese che sarà diverso da un altro, e tutto questo per notare la differenza. Sono attratto dalla metropolitana, racchiudo nella mia mente dei punti ben precisi dove mi piacerebbe scattare delle belle foto. Prendo ispirazione dai film degli anni ’60 e ’70, e anche dalla fotografia di moda.

Stai pianificando il tuo prossimo viaggio?

K.H: Forse a New York.

Oltre che al tema del viaggio, le tue foto si avvicinano alla ricerca di una bellezza fatta di dettagli. Lo si ritrova, come mostri nei tuo lavori, in particolare negli scatti legati al mondo della moda, in cui si legge un forte legame al mondo della strada. Mi sbaglio?

K.H: Questo è assolutamente corretto, mi piace quando riesco a miscelare entrambi, ma il mondo della moda è davvero sorprendente e offre alcune volte rare immagini. Nella street culture anche, ma questo è un po’ diverso.

Molto spesso si parla di fotografia, ma il pubblico che la osserva non riesce fino in fondo a comprenderne il significato. Qual è il senso della tua fotografia? Perché Karl Hab possiede una macchina fotografica? Cosa vuoi raccontare?

K.H: La mia visione della fotografia è fatta di una bellezza unica e pura che vive in quel preciso istante. Quando si scatta una foto, c’è all’interno dell’immagine un messaggio profondo che va al di là di tutto. Diverse sono le storie che possono essere raccontate attraverso la fotografia. Karl Hab è un ragazzo con molte facce: sicuramente non è la prima sensazione che trasmetto al primo incontro. Ho veramente molti progetti, ho solo bisogno di più tempo e poi si vedrà.

In una delle tue foto compare “If you don’t belong, don’t be long” di Scott Campbell. Qual è il tuo rapporto con l’arte, inclusa la body art come i tattoo? Quanta intensità comunicativa c’è in un tatuaggio secondo te? Ne hai qualcuno o hai in mente di fartene uno in particolare?

K.H: Dopo il mondo delle sneakers, l’arte è l’apice di tutto ed è fantastico perché ti porta velocemente a contatto con la visione della mente degli artisti.
I tatuaggi sono come una fotografia, incisa, un souvenir della vita stessa.[/twocol_one]

[twocol_one_last]Sei quindi un collezionista di sneakers?

K.H.: Un piccolo collezionista, possiedo 50 paia, di cui quelle che vado più fiero sono delle New Balance 1500 x Watanabe di Comme des Garcons.

Tra i tuoi soggetti ricorrenti c’è colette e il mondo dello streetwear che gli orbita intorno, così come la Ed Banger records. Come mai? Come sei entrata in contatto con questo mondo e da quanto?

K.H: Non posso dirvi perché, ma i temi sono legati alla frenetica Parigi. Nulla è fisso, i loro concetti e il loro modo di pensare sono vicini al mio. Questo è ciò che amo di loro. In entrambi i casi, è sempre bello ricercare per poi imparare.

Qual è il tuo rapporto con la musica? Per voi è sotterraneo?

K.H: Non ho un genere di musica ben preciso. Spazio dalla Claude De Bussy a Brodinski, Asap Rocky, Tom Middleton, Breakbot.

Uno dei primi nomi che mi viene in mente pensando al mondo delle fotografia “urbana” è quello di Ari Marcoupulos. Cosa ne pensi di questo stile fotografico. Ti ispira o pensi che sia sopravvalutata

K.H: Il suo stile fotografico è assolutamente incredibile, alcuni scatti sono veramente taglienti. I suoi quadri riguardo lo skateboarding sono impressionanti.
Mi ispira molto, è troppo affrettato potermi paragonare con Ari. Certamente sarebbe interessante incontrarlo, e parlare di fotografia.

Con quale macchina fotografica scatti? Quanto influisce oggi con l’uso del fotoritocco l’uso di una specifica macchina fotografica nella riuscita di una foto?

K.H: Sto utilizzando una Canon EOS 5D Mark II, e 2 telecamere analogiche Yashica e Leica.
Senza modificare una foto, non si può vedere il puro amore che viene in superficie. È possibile quindi avvicinarsi ad una vera bellezza, al vero significato.

Con l’avvento della modalità automatica, fare una foto non è un’impresa impossibile. Basta avere una reflex e sentirsi fotografo. Rimpiangi la fotografia analogica?

K.H: Non mi pento, perché sto ancora utilizzando telecamere analogiche che sono buone per le immagini. E’ sempre un piacere poi andare in studio e controllare le pellicole e le immagini ottenute dall’uso di macchine analogiche.

Hai lavorato o stai lavorando per qualche brand in particolare?

K.H: Sì, a volte per Adam Kimmel, Olympia Le Tan, Nike e Veja.

C’è una foto in particolare tra le più belle siano mai state fatte che avresti voluto aver scattato tu?

K.H: Non proprio.

Quali sono i tuoi tre ingredienti fondamentali per scattare qualcosa di emozionante?

K.H: Il primo: devi esserci. Il secondo: immaginare un quadro nella tua testa. La terza: l’essenza più profonda che è la chiave di volta.

Spesso fotografi nuvole? Hanno un significato particolare per te?

K.H: E’ solo un buon modo per scappare, mi piace tutto ciò che riguarda i piani diversi della realtà, e le nuvole rappresentano la vera leggerezza del cielo.

Cosa ami e cosa detesti del tuo lavoro?

K.H: Mi piace incontrare e conoscere nuove parti del mondo, ma riguardo l’odio dipende dalle situazione.
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