Signs Specials: Jay

Signs Specials: Jay

La solitudine non fa paura. E’ un campo di battaglia per la ricerca di dettagli dimenticati sotto macerie di ricordi. La fotografia diventa così il diario di un’esperienza personale. A MadTea Party è il nome del blog di Jay, un fotografo che con i suoi scatti racconta un viaggio lontano dalla civiltà. Si allontana da un’America caotica e dai sogni infranti, tenendo tra le mani una macchinetta fotografica, con la quale scatta tutte l’emozioni che passano attraverso la sua pelle. Lo stile è inconfondibile e delinea un genere e una personalità precisa. Oggi Signs vuole condividere con voi questo artista attraverso un’intervista in esclusiva.

Gli Homeless sono coloro che adottano uno stile di vita senza dimora, dove i beni di seconda necessità diventano un optional. La solitudine a volte è il loro migliore amico. Cosa è per te il silenzio?

Jay:I miei viaggi sono sempre in solitario, le mie foto ne sono il riflesso, il silenzio e’ un momento immaginario del nostro passato che cerchiamo di ritrovare e di moltiplicare all’infinito, almeno nel mio caso. Il silenzio sono le tre del pomeriggio nell’estate dei miei 16 anni mentre scarto dal cellophane il vinile degli youth of today. Il silenzio e’ nei ricordi che sono solo tuoi perche’ attorno non c’era nessuno a disturbarli o condividerli. Nel mio egoismo personale costringo tutti I fruitori delle mie foto a vivere con me momenti in cui non erano presenti. La metafisica della sensazione, la mia sensazione in questo caso, haha.

Cosa mi differenzia dai senzatetto?

Forse un paio di scelte sbagliate in meno, altrimenti potrei essere su una strada come loro.  

L’uso dei viaggi è di regolare l’immaginazione con la realtà, e, invece di far pensare come possono essere le cose,  le fa vedere come sono”. Da cosa è nato il tuo progetto fotografico?

JAY:Faccio foto nostalgiche che in un certo modo ripropongono colori e sensazioni gia’ vissuti da me, chiaramente ho la fortuna di proiettarle su cose e persone del presente. Il mio progetto fotografico nasce dalla necessita’ di imprimere la mia visione e i miei colori sul mondo che mi circonda, ma in maniera assoluta dalla necessita’ di fotografare fine a se stessa, e’ una cosa di cui non posso fare a meno. Le mie foto possono sembrare a prima vista un semplice reportage ma in fondo sono frammenti di visioni personali molto piu’ che un esercizio giornalistico. Non hanno la volonta’ di mostrare esattamente la realta’ cosi’ come e’ quanto quella di mostrare la mia personale visione di un momento storico cosi’ come la vivo.

 Leggendo tra le righe del tuo diario, ciò che più ti affascina sembra essere il “nulla” e “l’ infinito”. Una ricerca dettagliata del particolare. Che emozioni cogli in un’immagine?

JAY:I particolari sono quello che mi affascina di piu’. Ci sono microcosmi in posti dove la gente vive o passa ogni giorno, semplicemente sono invisibili agli occhi dei piu’. Il mio compito e’ quello di renderli visibili e bloccarli nel tempo. Ci sono anche posti dove alcuni non vogliono oppure hanno paura di andare, in un certo senso quello che faccio e’ portarli alla visione delle persone. Alcuni ne vengono affascinati e altri disgustati, ci sono persone che magari non andrebbero mai nei luoghi dove vado io di loro spontanea iniziativa, io ce li porto di forza, cerco di stimolare le loro sensazioni.

 Il deserto, gli ambienti abbandonati a sé stessi. Appare ai nostri  occhi come un diario di viaggio lontano dalla civiltà alla scoperta delle piccole cose. Questa tendenza di raccontare un’esperienza in modo intimo e personale attraverso la fotografia sembra la tendenza del momento. Come lo spieghi?

JAY:Non ho idea di quale sia la tendenza del momento, seguo sostanzialmente quello che credo sia interessante per me. Non so’ se e’ un viaggio lontano dalla civilta’, credo sia piu’ un viaggio nell’altro lato della civilta’: quello dove la gente ha smesso di sognare e sperare perche’ rimane solo la polvere e I ricordi, non c’e’ piu’ presente, ma solo passato.Piu’ che la lontananza dalla civita’ e’ un lento abbandono di tutto, un graduale distacco dalla vita. Sono attratto dai posti abbandonati perche’ conservano ancora una specie di aura di chi viveva quei posti prima, un’energia che respiri solo se li visiti e che spero di catturare in parte nelle mie foto.

 La passione per la fotografia quando ha inizio? Ti ispiri a qualcuno in particolare?

JAY:La passione per la fotografia credo da sempre, la reale ricerca di uno stile personale da sei o sette anni. Mi ispito a Rimbaud, Caravaggio, Hieronymus Bosch e Rembrandt, ma nessuno di loro scattava fotografie…haha, scherzo, ci sono un sacco di fotografi che mi piacciono, non so se mi ispiro a loro o meno, sicuramente in un certo senso tutto cio’ che vedo mi influenza.

“L’orizzonte non ha termine”. Cosa è per te il sogno Americano?

JAY: Nelle mie foto il sogno americano e’ quello infranto. Quello in cui I padroni di un motel che un tempo alloggiava le persone in transito nella strada principale si sono visti costruire dieci miglia piu’ avanti una nuova autostrada senza sbocchi che gli ha tagliati fuori dal sogno. La mia visione e’ quella dei posti abbandonati, dei negozi chiusi, dei vetri rotti e delle anime perse; sono la mosca sul muro nelle loro stanze, cerco di capire le loro sofferenze, sono un peeping tom della loro amarezza. Cosa’ mi differenzia dai senzatetto? Forse un paio di scelte sbagliate in meno, altrimenti potrei essere su una strada come loro.

In questo viaggio ti soffermi molto sulle persone che incontri durante il tuo percorso. Quanto influisce il luogo e la cultura in cui viviamo sulla nostra personalità?

JAY:In passato molto di piu’, ora come ora siamo in una specie di mondo centralizzato in cui tutto e’ fruibile nello stesso momento da tutti. Con I suoi pro e contro credo si centralizzera’ ancora di piu’. Mi concentro sulle persone tagliate fuori da questo melting pot, quelli che non hanno internet e che non capiscono perche’ voglio scattare una foto della loro vita o quelli che non lo sapranno mai perche’ la loro foto e’ rubata.

In “A dead Sea” si susseguono ricordi e memorie sepolte da polvere e macerie. Il vero creativo attinge al passato o si cimenta in qualcosa di nuovo?

JAY:Io attingo dal mio passato personale e lo proietto sul presente trasformandolo in quello che vedo al momento. Questo pero’ e’ una necessita’ personale, il vero creativo probabilmente lavora per una multinazionale e fa’ un sacco di soldi, il mio e’ uno sfogo interiore che trova un minimo di pace nella creativita’.

Prossime avventure o viaggi in programma?

JAY:Gli Stati Uniti nuovamente, non mi dispiacerebbe andare nelle zone rurali nello stato di New York, oppure nel profondo sud. Vedremo cosa riesco a organizzare.