Providermag Interview: Iuter

Providermag Interview: Iuter


Gli abbiamo mai parlato. Come quando sei in un grosso istituto ti incontri, ti guardi, ti spizzi magari pure male, non ti parli mai e poi capita dopo anni fuori da quel contesto di esserti simpatico. Così può essere rappresentanto il mio rapporto con Alberto Leoni e Andrea Torella di Iuter, brand che conosco dagli esordi di Providermag, spece nella sua mini avventura avuta nel campo dell’abbigliamento. Non vi abbiamo mai parlato di loro, eppure è da anni che stanno lavorando bene, e ci raprresentano nel settore dello streetwear. Ho voluto recuperare tutto insieme intervistandoli.

Mi potete parlare della vostra adolescenza e di cosa vi ha spinto a diventare dei designer?

A.L: L’adolescenza l’ho passata al Muretto di San Babila, a Milano. Li ballavo la breakdance: al tempo era l’unica cosa che davvero mi interessava. Il mio percorso di studi è stato un po’ penoso, però da sempre sognavo di avere un brand, nonostante non sapessi niente, ne di design, ne di business. Tanto che il logo Iuter, che ancora usiamo, l’ho disegnato con microsoft paint!
A.T: Io l’ho passata in Stazione Centrale, non a farmi le pere ma skateare tutto il giorno! Solo quando pioveva emigravamo al centro sociale “Pergola”, dove qualche pionere aveva costruito una micro. Ed è qui che ho incontrato Alberto, mentre ballava proprio dentro il flat della micro impedendoci di skateare! Facemmo allora un accordo improbabile: io gli avrei insegnato a skateare in cambio di altrettante lezioni di breakdance… Potete immaginarvi i risultati!
Questo episodio non fu altro che l’anticamera della nostra amicizia, trasformatasi poi in un legame che dura ancora.

Quando avete realizzato che Iuter era diventato il vostro lavoro?

A.L.: Ho sempre preso Iuter seriamente, dal giorno zero, tanto che spesso gli altri mi prendevano in giro. Però se lavoro è sinonimo di retribuzione, struttura, e parvenza di “azienda normale”, allora sicuramente il primo passo importante è stato nel 2005 quando siamo riusciti a permetterci il primo ufficio.

A.T.
: Definitivamente l’ufficio. Concordo. Avere la propria scrivania – luogo di lavoro è stato essenziale per prendere coscienza del passo decisivo verso un impegno sempre più serio e produttivo.

Vi ricordate gli inizi?

A.L.: Certo, stiamo parlando di neanche dieci anni fa. Ripensandoci sono felice che abbiamo iniziato cosi giovani, avevamo diciannove anni. Per i primi anni l’azienda in pratica era composta da me e Andrea, abbiamo potuto affrontare un sacco di cose con la spensieratezza e l’ingenuità che solo in quegli anni hai. Ricordo quando abbiamo fatto il primo giro di ordini dai clienti: il campionario che all’epoca era composto da felpe “Fruit of the Loom” dentro ai sacchetti di plastica, uno scatolone, e le tavole da snowboard nel bagagliaio della FIAT Palio. Tanti di quei negozi sono ancora nostri clienti.

Qual è il senso della parola Iuter?

A.L.: Nessun senso e nessun significato. E’ un nome proprio di un gruppo di persone, noi.

Come spieghereste il vostro approccio al mondo della moda?

A.L: Nei primi anni inesistente. Da un po’ di anni è sicuramente più attento.

Una delle caratteristiche immancabili nei vostri prodotti è la qualità dei tessuti e la parola Made in Italy. Perché non avete fatto come molti e spostato la produzione all’estero?

A.L.: Per un insieme di motivi, uno fra tutti è quello pratico.
Diciamo che già verso il 2005-2006 ci eravamo già stufati di fare solo t-shirt con grafiche. Non era divertente, e quindi nonostante i volumi non lo permettessero, abbiamo cominciato ad inserire un sacco di prodotti più articolati.
La nostra produzione è a 10 km di distanza da noi, e se riusciamo a gestire tutte le cose diverse che facciamo è solo grazie a questo. Faccio i salti mortali per poter riuscire a usare i migliori tessuti in circolazione, lavorazioni, dettagli che riescano a rendere il nostro prodotto originale e differente.
Sono critico su tutto quello che faccio e voglio lavorare perché il nostro prodotto arrivi ad un livello qualitativamente sempre più alto.

Come riuscite a comunicare quest’importante elemento dei vostri prodotti al consumatore?

A.L.: Credo che una buona percentuale dei nostri consumatori segua quello che facciamo, e quindi ci conosca e sappia gran parte delle cose che sono scritte in questa intervista.
In parte è trasmessa anche dai nostri rivenditori, che per la maggiorparte ci conoscono personalmente e hanno un rapporto di amicizia con noi. Loro sono stati essenziali nella crescita. Avere il loro supporto vale più di tante altre cose.

Collaborereste con…?

A.L.: Progetti e persone che stimiamo. Le collaborazioni che abbiamo fatto, e che faremo nell’immediato, sono sempre nate spontaneamente. Quando ci si conosce personalmente è tutto più semplice.

Non collaborereste con..?

A.L.: L’arroganza.

Ci spiegate la differenza sostanziale tra la linea classica di Iuter e quella Uppercut?

A.L.: Iuter Uppercut. è nata oramai tre anni fa, è una linea di Iuter. Uppercut è un nome ambivalente, da un lato c’è l’accezione pugilistica, il “montante”, il colpo che arriva dal basso dritto sulla mascella che nessuno si aspetta, e dall’atro si riferisce ad un taglio più sofisticato.
Inizialmente Uppercut era la linea “pettinata” di Iuter. Per il futuro invece Iuter si completerà con tanti capi che prima facevano parte di Uppercut, con colori e grafiche più sobrie, e Uppercut rimarrà un progetto e una linea sperimentale dove potremo muoverci molto liberamente.

Cosa ne pensate di internet e del nuovo sistema di comunicazione che si basa sempre di più sulla rete?

A.L.: E’ stato fondamentale nella nostra crescita, sono consapevole che senza internet non saremmo stati in grado di fare quello che facciamo tutti i giorni. Se hai qualcosa da dire di interessante c’è qualcuno che ti ascolta.

Dedicateci una canzone?

Ascoltatevi lo Iuter Summer Mix di DJ Gammy, ve le dedichiamo tutte!